Kraftwerk – The man machine

I Kraftwerk possono essere considerati i veri padri della moderna computer-music. Il loro contributo allo sviluppo della musica elettronica è infatti riscontrabile in molte delle produzioni techno ed electro di fine millennio, dagli Aphex Twin, al minimalismo elettronico di Plastikman, alla techno-trance di Orb ed Orbital.

L’intuizione di Ralf Hutter e Florian Schneider Esleben, due studenti del conservatorio di Dusseldorf, fu di usare, all’inizio degli anni ’70 e con quel poco che la tecnologia metteva a disposizione, le macchine come strumento compositivo.

Dopo alcuni album nei quali i due soprattutto cercarono un linguaggio possibile tra sperimentalismo, canzone e musica concreta, è nel 1974 con ‘Authoban’ (il primo al quale collaborano per la prima volta anche Klaus Roeder e Folfgang Flür) che trovarono la quadratura del cerchio.

Contemporaneamente il panorama tedesco era quanto mai fertile: la musica elettronica sembrava un territorio immensamente ricco di soluzioni e possibilità tutte da scoprire: Can, Tangerine Dream, Faust, Ash Ra Tempol, Popol Vuh, ognuno nella loro direzione, ne stava esplorando una parte.

Dal canto loro, i Kraftwerk erano interessati ad analizzare nella maniera più compiuta il rapporto sempre più stretto (e alienante) tra uomo e macchina. Un percorso che riguardò non solo la loro musica ma anche lo stralunato modo di porsi sul palco: distaccati ed inespressivi, molto più vicini al mondo delle macchine che non a quello degli esseri umani.

E’ noto l’episodio in cui i quattro, dopo due brani, si alzarono dalle loro poltrone in platea e salirono sul palco: quelli che tutto il pubblico aveva preso per i musicisti erano in realtà solo dei manichini.

Così, se con i primi due album i Kraftwerk si erano preoccupati di trovare un loro particolare suono, con ‘Ralf und Florian‘ si erano occupati delle armonie e delle melodie, e in ‘Autobhan‘ e ‘Radio Activity‘ avevano aggiunto le parole, spesso in tedesco.

“Trans Europe Express” fu l’album dell’identità mitteleuropea con un occhio alla tradizione popolare musicale tedesca più autentica, quella del cabaret, e finalmente con “The Man Machine” si completa il discorso sull’identità europea e inizia una nuova fase: presagisce qualcosa che solo dieci anni più tardi sarà una realtà: l’avvento dei calcolatori elettronici sia in ambito produttivo che nella vita di tutti i giorni.

Ma attenzione: tutto ciò oggi è visto come alienante e negativo, ma allora non era così. Il gruppo dichiarò all’epoca: “The Man Machine“, l’ultimo album, rappresenta per noi una specie di simbiosi, un tentativo di scoprire i parallelismi, le affinità, l’amicizia fra l’uomo e la macchina.

 

 

È esattamente il contrario di quanto fatto durante gli anni 60 dalla cultura rock, che cercava di scoprire le differenze, e quindi di reagire ad una epoca e quindi ancora di staccarvisi.

Crediamo fortemente in questa ricerca: è ciò che tentiamo di fare da quando abbiamo cominciato nel 1970 a Düsseldorf con un vecchio Revox.

È la nostra esperienza quotidiana, la scoperta dell’uomo-macchina, essere noi stessi uomo-macchina: dimostrare che non è un limite, dimostrare che noi facciamo delle cose meccaniche mentre le macchine fanno delle cose quanto mai umane.

Ci siamo avvicinati ad esse come i bambini quando scoprono la vita: ci siamo accorti che sono il riflesso psicologico della nostra esistenza.

Quindi ecco il rifiuto delle teorie del secolo scorso (l’uomo dominato dalla macchina) ed una tranquilla, amichevole collaborazione fra l’uomo e la macchina. Per questo la musica dell’album non ha niente di alienante o nevrotico.

Certo, è gelida, asettica, parla più al cervello che al cuore, ma ha un suo sottile fascino. Già, ancora non si era capito quanto per l’uomo possano essere pericolose le macchine e quanto possa essere pericoloso affidarvi tutta la nostra creatività.

Quello sarebbe venuto dopo: allora c’era solo il piacere della scoperta.

 

 

 

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